ATTACCHI DI PANICO: COSA SONO E PERCHE’ SI MANTENGONO

Gli attacchi di panico sono esperienze intense e spesso spaventose, che possono arrivare all’improvviso e dare la sensazione di perdere il controllo, impazzire o addirittura morire. Chi li vive racconta un’esplosione improvvisa di sintomi fisici: cuore che batte fortissimo, fiato corto, vertigini, sudorazione, tremori, senso di irrealtà. La buona notizia è che, per quanto possano essere travolgenti, gli attacchi di panico non sono pericolosi. Mi spiego meglio. Quelli che chiamiamo attacchi di panico sono il risultato di un meccanismo ben preciso che coinvolge corpo e mente e che, una volta compreso, può essere gradualmente disinnescato.

Il panico come falsa emergenza:

Il panico non è altro che l’attivazione del nostro sistema di allarme. È lo stesso sistema che ci prepara a reagire a un pericolo reale: aumenta il battito cardiaco, accelera il respiro, tende i muscoli. È la classica risposta di “attacco o fuga”, che il nostro organismo finemente attiva di fronte a una minaccia. La differenza è che, quando si parla di panico, vediamo questo sistema attivarsi in assenza di un pericolo reale (nessun leone ci sta attaccando). Il corpo reagisce come se ci fosse un’emergenza, mentre la mente cerca disperatamente di dare un senso a ciò che sta accadendo. È qui che entra in gioco il meccanismo che mantiene e amplifica l’attacco.

I due “ingredienti” principali del panico:

Alla base degli attacchi di panico troviamo due processi che si alimentano a vicenda:

  • Il monitoraggio degli stati corporei
  • Il rimuginio (un dialogo interno catastrofico che ci mette in contatto con scenari spaventosi)

Vediamoli uno alla volta. Quando monitoriamo il nostro stato corporeo, il corpo diventa il centro di tutto. Di fatto, tutti noi percepiamo continuamente segnali dal corpo. Il guaio nasce quando l’attenzione si restringe in modo rigido e iperfocalizzato sulle sensazioni fisiche: un piccolo cambiamento fisiologico (il battito cardiaco accelerato, un leggero giramento di testa, una sensazione di calore) viene notato immediatamente, osservato, controllato, ingrandito. È come puntare una lente di ingrandimento su ogni minima variazione corporea. Più controllo il corpo, più mi accorgo di sensazioni che normalmente passerebbero inosservate. Più me ne accorgo, più mi allarmo. Più mi allarmo, più il corpo si attiva.

Si crea così un circolo vizioso: attivazione → attenzione → ulteriore attivazione

La verità è che il corpo non “impazzisce”, ma sta semplicemente rispondendo all’attenzione e all’allarme. Il secondo ingrediente lo abbiamo chiamato rimuginio, ossia il vero carburante del panico. Il rimuginio consiste in un flusso di pensieri ripetitivi, preoccupati e catastrofici che accompagna l’attivazione corporea. Esempi tipici di pensieri che possiamo avere quando rimuginiamo sono: “Adesso sto male”, “E se peggiora?”, “Se mi sento così, come farò a…”, “Non riuscirò a reggere”, “E se perdo il controllo?”. Questi pensieri non sono semplici descrizioni, ma interpretazioni minacciose di ciò che sta accadendo. Il cervello legge la situazione come pericolosa e invia un messaggio chiaro al corpo: “Allarme!”. Il risultato? Ulteriore attivazione fisiologica, che viene di nuovo monitorata, interpretata come segnale di pericolo… e il ciclo ricomincia.

Un circolo che si autoalimenta:

Possiamo immaginare il panico come un circuito chiuso: partendo da una sensazione corporea (anche banale), la nostra mente inizia a darle un’attenzione intensa; su questa sensazione vengono costruiti pensieri catastrofici (“sto male, non passa”); questo causa un ulteriore aumento dell’attivazione corporea, che a sua volta significa ulteriori sensazioni corporee da monitorare e che rischiano di essere interpretate come pericolo. Non è quindi la sensazione in sé a essere il problema, ma il significato che le attribuiamo e il modo in cui la trattiamo.

Comprendere per iniziare a cambiare:

Capire il meccanismo del panico è un primo passo fondamentale. Significa spostarsi da una visione del tipo “c’è qualcosa che non va in me” a una più realistica: il mio sistema di allarme sta funzionando troppo, non male! Nel lavoro psicologico, l’obiettivo non è eliminare le sensazioni, ma modificare il rapporto con il corpo e con i pensieri: ridurre il monitoraggio costante, interrompere il rimuginio, permettere all’attivazione di fare il suo corso senza alimentarla. Quando si soffre di attacchi di panico, la tentazione è quella di affrontare tutto da soli, cercando di controllare il corpo, evitare le situazioni temute o “resistere” alle sensazioni. Purtroppo, come abbiamo visto, questi tentativi spesso finiscono per alimentare il famoso circolo vizioso. Un primo passo importante è riconoscere i meccanismi in gioco: l’iper-attenzione al corpo e il rimuginio continuo. Vederli dall’esterno, con maggiore lucidità, permette già di ridurne l’impatto. È qui che chiedere aiuto può fare la differenza, per avere a disposizione uno spazio sicuro in cui comprendere cosa sta succedendo, smettere di interpretare le sensazioni come pericolose e imparare modi più funzionali di stare con ciò che accade, senza lotta e senza allarme.

Capita a tutti di sentire calore o il battito cardiaco aumentare quando si ripensa a un brutto litigio avuto con una persona cara (forse è paura di perdere un legame?) o di sentire le vertigini all’idea di dover affrontare un esame importante la settimana successiva (forse è ansia che qualcosa vada storto e ci allontani dai nostri obiettivi?). Come sarebbe riuscire a dare finalmente un nome e un senso alle emozioni che sentiamo, senza che ci spaventino più?

BIBLIOGRAFIA:

  • Wells, A. (2000). Emotional disorders and metacognition. Wiley.
  • Gualtieri, I. et al. (2025). Exploring the Relationship between Anxiety Sensitivity, Interoceptive Sensibility and Psychopathology: A Network Analysis Approach. International Journal of Cognitive Behavioral Therapy.
  • Sassaroli, S., Lorenzini, E, & Ruggiero G.M. (a cura di) (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Rimuginio, controllo ed evitamento. Raffaello Cortina Editore.

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